Ogni funambolico pensiero che ti viene.
Forse il telefono col filo è troppo anni 50.
Forse sono fuori tempo.
O forse è solo che certe voci sono più belle così.
Come un Hallelujah è questa mia panchina, sola, solenne, abbandonata dopo essere stata rimessa a nuovo.
C’ero io seduta e c’eri tu in piedi, per far posto a chi di dovere.
C’ero io seduta e c’eri tu in piedi, e nessuno di dovere.
C’ero io seduta e c’eri tu in piedi, e la vita caotica di ognuno a fare da intermezzo.
C’ero io seduta e c’eri tu in piedi, che vedevi la mia mano adagiarsi sulle doghe di legno e la mia bocca seguire il corso naturale di due occhi disperati, affranti, imploranti.
C’ero io seduta e c’eri tu seduto, vicino a me, a prendermi la mano e portarmi fuori. Dove nessuno sapeva di noi, pieni di domande e traboccanti di risposte, andavamo in controluce.
Ora che hai preso la mia mano posso mostrarti questi sassolini su cui è impossibile adagiarsi e questi alberi secolari e questo vento e questa sciarpa blue e questi scalini, tutto pronto per non fare l’amore, tutto pronto per non fare la guerra, tutto pronto per arrendersi all’evidenza di una fronte rotta e di un fazzoletto bagnato di saliva, tutto pronto per non farcela più e tutto pronto per chiedere aiuto.
Ora che hai preso la mia mano, vieni con me sotto le piume, accarezzami le labbra, toccami il cuore, leccami e cedi alla tentazione di vivere per me, anche solo ora, anche solo domani, anche solo per sempre.
Ora che mi stringi, mangiamo qualcosa, che ho fame. Mangiamo qualcosa di saporito, beviamo qualcosa di anestetico e abbandoniamoci a questa fatiscente realtà di un lusso poco ambito, poco meritato, sempre avuto. E non aver paura di queste forchette, non può essere distinta una soluzione mischiata, dissolta in una ciotola di niente e completamente evaporata.
Ora che camminiamo da un po’, sediamoci su un marmo bianco e freddo, freddo e accogliente, freddo e bucato, freddo e niente. Fotografa il mio cappello da mercato, con questa lana calda e nera, calda e accogliente, calda e bucata, calda e niente. Fotografa le mie mani, piene di errori, freddi e caldi, a temperatura ambiente, di un ambiente di Dicembre, luccicante e in attesa, arrampicato su abeti sradicati, adagiato su lucciole e zucchero filato.
Ora che siamo insieme raccontami la tua rabbia, la tua paura, la tua insoddisfazione lampante. Raccontami di te, di come sei diventato, di chi ti ha ridotto così e di cosa ha detto chiunque abbia mai parlato. Raccontami questo bene, di notti passate, di notti ambite, di notti di accordi minori, di notti da assenzio, di notti di odio di lacrime di assenza di presenza di malinconia di vino di odio di pezzi di vetro e di tristezza, perfettamente combinati per fare luce, per fare ombre, per fare fuoco e calore, tagli e bruciature.
Ora che sei rimasto, raccontami di questa colazione, di questo bombolone alla crema, ché solo la crema pasticcera riesce ad addolcire queste parole di addio, riesce a inzuccherare anche questo schifo amaro che mi porto dentro e che ti ho vomitato addosso, riesce a rimarginare. La crema pasticcera gialla che succhiavi dal mio dito storto sarà così dolce che anche il dolore avrà la sua rivincita, quando dovrà tornare a bruciare.
Ora che sei ancora qui, dimmi perché, dimmi perché, dimmi perché. Dimmi perché l’ostinazione è l’ultima spiaggia, perché ne abbiamo fatto un accanimento terapeutico per cuori spappolati di questa musica contorta, perché questo posto rimane gelido, perché nessuna gota arrossisce più, perché nessun orgasmo trema di rancore, perché non chiudi questi cazzo di occhi e la fai finita di stare qui a salvarmi, scambiando tutte le tue forze con i miei stupidi forse. Perché non provi ad andartene, come fanno le canzoni, come fa il mare, come faccio io. Prova a correre più forte della tua felicità, scappa dalla tua pazienza, uccidi la tua volontà. Ignorati, fa che l’uscita sia priva di qualsiasi bisogno.
Così, ora che stai provando ad andare via, la mia mano torna su qualche doga del centro, fredda e piena, come la prima volta, come prima, come all’inizio. Tu non la guardare, non guardare quegli occhi, sono ritornati vuoti, come è giusto che sia. Solo il vuoto può trascinarti, ovunque tu desideri, ovunque tu voglia perderti. Questo vuoto che ora non posso riempire ha te dalla sua parte. Guarda questo ferro battuto e non dimenticare mai la delicatezza delle cose uniche, per favore.
(Fonte: ilboscodellefragole)
Le Donne con una personalità ricca d’acqua come noi non scelgono il luogo verso cui andare, perché ciò che possiamo fare è dirigerci là dove il paesaggio della nostra Vita ci porta.
Il mio amico pragmatico che mi segue da casa dice che io sono quella delle farfalle colorate. Non sta bene cambiare così di fretta, in effetti. Bisogna che continui ad essere quella delle farfalle.
E niente, oggi, al tramonto, sono entrata in cucina, che poi è sempre in controluce questa cucina, ed era tiepido. Era la temperatura di un inverno che diventa estate, di quel calore delle tue gambe quando toccano le lenzuola; era tepore, di quello accogliente, piacevole, di quando fuori fa fresco e a casa invece no. C’era questo colore, identico al calore, ché poi che cosa sarà mai una vocale diversa, in questo mondo di bianco, nero e giallo; c’era questo colore vivo, a metà tra un brusio e una risata, un po’ cupo e un po’ chiaro, di nuvole violacee, di rossi di sera che bel tempo si spera.
Se solo potessi ricordare il profumo di questo momento che sa di succo di frutta, che ne senti la polpa e che la polpa invece non c’è; se solo potessi ricordarmene.
Tutto, ora, è sospeso, come le chitarre elettriche che suonano da sole, così, senza essere musicali; solo sole. C’è questa profezia che aleggia nell’aria, di un mondo che finisce, di un mondo che se ne va, sulle note di questa Words dei Low, lenta e inesorabile, come il sesso, come l’esplosione di questa cosa immensa che è la mente, che è il mondo, che è la nostra percezione, che è noi.
Accorgersi che mancano tutte le parole per dire l’unica cosa, accorgersi di voler dire che tutto va bene, qui, da me, accorgersi che invece non è vero, accorgersi che tutto va male, qui, con me. Scrivere di come si esce vivi da se stessi, scrivere di come si arranca sulla riva, scrivere di come la forza manchi e la volontà faccia fatica a riemergere dalle nostre sabbie mobili, scrivere di come sia faticoso alzarsi, scrivere di come non ci si possa svegliare da soli, completamente abbandonati, scrivere di come i fiori, in ogni campo, ondeggiano anche senza la considerazione di nessuno, scrivere del coraggio che bussa solo ai portoni delle case senza i tetti, scrivere di esistenze prossime alla data di scadenza, di destino e di altre sciocchezze.
Se solo non fossi sola, qui, se solo ci fosse qualcuno, qui, potrei offrirgli queste mentine che ho comprato a Bruxelles, che fanno veramente schifo, sono amare, si appiccicano sugli ottavi e non basterebbero dieci lingue a staccarle. Se solo ci fosse qualcuno, ma qualcuno non c’è.
Non mi resta che brindare alla fine della mia giornata, che è un po’ come la fine del mondo, che è un po’ la fine del mondo per oggi, che è un po’ l’inizio di domani, lasciandone il resoconto su file word.
Momenti in cui ho ripetuto Tecnica Bancaria: 1
Momenti in cui ho fatto pipì: 8
Momenti in cui ho messo l’acqua a bollire: 1
Momenti in cui mi sono sentita sola: 4
Momenti in cui ho lasciato stare: 12
Momenti in cui non ho capito la differenza tra intensità istantanea e intensità normale del tasso di interesse: 5
Momenti in cui mi sono sentita fidanzata: 1 (lungo)
Momenti in cui ho lavato i piatti: 2
Momenti in cui ho pensato di evitare: 9
Momenti in cui ho smesso: 4
Momenti in cui mi è mancata casa: 23
Momenti in cui non mi è mancato papà: 0
Momenti in cui ho desiderato stirare le lenzuola: 3
Momenti in cui ho sentito l’odore del bucato di mamma: 1
Momenti in cui ho rimpianto me: 47
Momenti in cui ho maledetto te: 38
Momenti in cui ho soffiato su un bacino per mamma: 6
Momenti in cui ho mangiato un cioccolatino: 2
Momenti in cui mi sono sentita in colpa: 7
Momenti in cui è ora di piantarla: 1
ad A.
(Fonte: ilboscodellefragole)
Questo vento caldo li brucia questi rametti di rosa.
Come il 70% d’acqua di cui sono fatta, in cui annegano tutti i miei buoni propositi.
Mi chiedo se convinzione e felicità vadano insieme, in controluce, verso la strada della serenità. E mi chiedo poi se me la merito un po’ di convinzione, di felicità e di serenità, anche in ordine sparso, se si preferisce.
Devo fermarmi e fare scendere il mondo, alla prossima fermata, in questo susseguirsi di stazioni sbagliate, senza panini caldi, solo toast riscaldati, coi bagni sporchi e le cicche agli angoli. Tutto sa di muffa, in questa vita senza moviola, in questa mia vita senza moviola, e io mi sento in balia di tutto, sfiorata dal niente, sporcata da tutti gli abbastanza con cui ho condito la pasta degli ultimi anni.
Sono arrabbiata, offesa, delusa. Se dire amore diventa sottinteso, lo sono, arrabbiata, offesa, delusa.
Se questo vento caldo non la smette, di bruciarmi, sarò costretta a tuffarmi nelle velleità gelide di una volta, di quando io ero al centro e tutto girava intorno.
Ora che la mia bellezza è luce riflessa, rimpiango i giorni splendenti di luce propria, quando la forza era nelle mie mani e non nei tuoi occhi, quando il coraggio era sulle mie spalle e non nelle tue parole, quando la vita era dentro il mio stomaco e non nei tuoi baci, quando io ero io e non tu.
Ora che la mia bellezza è luce riflessa, capisco l’infelicità di questa Luna, oggi così vicina alla terra, quando tutti la pregano di splendere.
A chi mi prega di splendere, io dico che no, non voglio splendere, non ancora, non ora.
A chi mi dice di splendere, io dico che no, c’è un tempo per splendere e questo non lo è.
Questo tempo non è tempo per me.
Me ne starò qui, a guardare, e pace.
Pace.
(Fonte: ilboscodellefragole)
Pochi potevano capire che lui si era preso tutto da me, tranne me.
E aveva amato tutto di me, tranne me.
Se organizzate un meetup a Modica, questa la porto io.
Per chi non vede una ceppa, c’è scritto ‘secchio da 5 kg’.
Per chi si chiedesse dove cazzo è Modica, sta in Sicilia.